giovedì 19 novembre 2009

Grazia dell’attenzione



opzione di ritardo: ovvero l’analisi del movimento

nei suoi cambiamenti il nostro tempo si afferma solo per negarsi e si nega solo per
inventarsi e oltrepassare se stesso

Octavio Paz


In un’ipotetica scrittura della Sposa, le parole nudità e apparenza sembrano contrapporsi. Apparenza, è un aspetto di superficie, se ci penso di primo acchito e non la colloco come l’istinto che coglie un istante prime di “pensare” la fisionomia di una persona. La nudità è per me qualcosa di affiorante e fondo, un’espressione di verità che viene da un meandro forse non del tutto casuale e diventa etica. In certi casi bellezza. La sposa quindi incarna un’apparenza di superficie e insieme profonda nudità. La Sposa di Duchamp non ha un corpo ma è un motore, un generatore di energie fantastiche sulla base di una simbologia che si lega alla nudità di funzione fisiologica, sposa, in quanto entità a non altro preposta. Lo stesso Duchamp parla di fisica e metafisica amorosa dell’essere sposa riversa nell’apparenza umbratile di uno o più simboli femminili. Ed è come se attraverso questa immagine Duchamp dettasse la voce surreale della cattura, una sorta di raziocinio sciolto un “automatismo psichico puro (…) in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni precauzione estetica e morale”(A. Breton). Una cattura ripetuta di simboli sottesi all’idea, alla funzione della sposa che la scaldino di un sentimento alto della sensualità, che però in quanto propria della sposa e non della vergine, la sensualità, non trascenda ma espliciti.
Questo canto surreale potrà restituire tutte le vicinanze perse alla lingua incostruita? In ciò intravedo una lingua così popolata da non potersi e non doversi raccogliere in una dizione che sia univoca. Perché nasce dal refuso di una musica pregressa, dall’impurità inesausta tesa a un immaginarsi che non lessica. Dalla voce, prima che dalla parola.
Sposa a se stante, meccanismo simbolico estremo nel suo connettersi all’immaginario dell’altro, come è estrema ricerca di contatto, la condizione in cui versano madre e figlio nel nascere l’una all’altro e comunione assoluta nel “ritrovamento” (Rita Bonomo) immediatamente successivo. Il corpo è la premessa di un linguaggio comune, un patto tra madre e figlio, tra la sposa e l’altro che popola un mondo simbolico di restituzioni su restituzioni, che quasi non s’afferrano per quanto dolorose e intatte nel dirsi come musica richiede. E se una tale lingua ancora non esiste, esiste in quanto promessa del corpo, fatta dalla madre al figlio, dal moto elettrico della sposa, dal poeta alla poesia. Promessa della voce che darà corpo, prima che senso. L’ostacolo che si frappone tra l’immagine fonda, goduta per sé e una lingua che a posteriori dica la cosa è sempre un salto che chi scrive rischia sulla sua pelle, un rischio radicale perché riguarda la sua radice ultima ritracciabile e che non può partire dall’operato razionante che la misura del verso impone ma dalla parola sconsacrata dal primo squarcio di senso che vi compare alla pronuncia e solo in quel dato momento. Un salto per inabissarsi nella gestazione del senso, nella sensualità grave che non è ancora parola, un salto dicente l’esserne incinta e parto, prima di vederla in volto, questa parola, e battezzarla in quanto oramai nata. In questo modo è una certezza che il risultato sia imprevedibile, esattamente come quello della nascita di un figlio in carne ed ossa; ed è pure una certezza che venga detto molto altro rispetto a quanto sembri, in quanto la parola è prima di tutto e effettivamente sovrapponibile al desiderio e come il desiderio è generata da analogia, da ciò che partecipa da poco o da sempre pur essendo non ancora o non del tutto conosciuto.
Mi chiedo da sempre il perché di quest’affiorare continuo di lingue diametrali e opposte che frantumano la mia dizione. Ma alla fine è sempre l’imprevedibilità che mi vince; l’imprevisto non solo riguardo l’idea della poesia ma anche rispetto al sogno diurno che macera la realtà della cosa in una lingua mai uguale a se stessa perché seconda un percorso dato dal desiderio. Il desiderio accecante non è il cieco desiderare del primo impulso ma qualcosa che si lega a una provenienza fatale che precede, un codice smarrito ma immutabile che cerca di continuo simboli per dirsi. È a questo desiderio inapparente se non attraverso la crescita continua di simboli, come nella Sposa di Duchamp, che la madre si sposa, paradossalmente e dopo. È in questo luogo antico come un panorama dalle forme preantropiche dipinto da Tanguy, che la lingua della madre dice il sesso alle cose, sancisce il maschile e il femminile di ogni istinto, la spartizione naturale dell’istintività in segni opposti che gli anni soffocano in una determinazione univoca e forzosa, in un ruolo non solo di genere ma di qualsiasi altra funzione relazionale che stia di comodo. Narrasi questa storia significa scoprire l’autentica che nasce al senso ma che lo abbandona immediatamente per una ricerca ulteriore, voce di continuo mossa a luogo dall’essere e dal rifarsi. Reintrodurre l’era persa dell’attenzione al gesto che governa inconsapevolmente una miriade di reazioni ossimoriche che salgono alla coscienza per sbugiardarlo, significa essere l’autentica di quello speciale ossimoro proprio della poesia; generosità che punta l’esito di affermarsi per trascendersi, restituirsi per essere semplicemente e bellamente se stessa e disdirsi nel momento in cui il corpo compie una variazione impercettibile o nell’attesa che il corpo segni la differenze con un tremore inconsulto dove la mano è dato che sia chirurgica. È così che si crea quel sistema binario corpo/universo che dice l’altro sesso della poesia, dice l’altro nome senza saperlo. Questa autentica ancora vive di un contatto labile ma cocente nella primissima infanzia, in cui le parole sanno i sapori le immagini che ancora non si conosco e prima di significarle sono una premonizione dei sensi che prepara al loro possesso. Un possesso che forse può anche dopo l’infanzia non essere la doglia che rende il nome un dolore senza volto e mai partorito, non più parto ma manifestazione, catarsi per acclamazione naturale del corpo nel candore di un vagito, di un gesto, di una poesia.

della tenera sponte il decalogo vivente
il primo gesto, come ci principiassimo contro
una premura, un’affinità assodata
all’orizzonte delle tempie, una landa
in cui vivere non più in esilio ma
estremamente accorti nell’inquietudine di esistere

lunedì 16 novembre 2009

Il regno delle madri



Yves Tanguy
outside, 1929














… Tanguy è stato il primo (…) ad avere penetrato il regno delle Madri (Breton) quel luogo in cui nulla ha forma ed è tutto in gestazione



Se Tanguy fosse un colore?
Sarebbe un giallo fresco, esplosivo (…).

Se fosse un mezzo di locomozione?
Sarebbe una barca a vela (…).

Se fosse un periodo della vita umana?
Sarebbe il diciottesimo anno.

Se fosse un elemento?
Sarebbe l’aria.

Se fosse un ora della giornata?
Sarebbe le 4 o le 5 del mattino (…).

Se fosse un supplizio?
Sarebbe quello dell’ultimo goccio d’acqua.
B. Péret

sabato 14 novembre 2009

nuda apparenza della Sposa























Marcel Duchamp Passaggio da vergine a sposa 1912 olio su tela, 59.4 x 54 cm The Museum of Modern Art, New York

"La metà superiore del grande vetro è il regno della sposa. L’estrema sinistra è occupata da un complesso macchinario, è la sposa in persona, o più esattamente, in una delle sue personificazioni (…) una specie di profilo molto schematizzato che potrebbe essere quello di una donna acconciata con un cappello e con il viso coperto da una veletta (una vera e propria vedova: di chi?) il commento di Duchamp trascritto dallo stesso Label è piuttosto enigmatico “volontariamente sarebbe la testa ma accidentalmente quello che si vede è un profilo non volontario”. La parola testa non disegna qui una forma antropomorfica bensì una posizione entro l’insieme e probabilmente una funzione. Le vaghe somiglianze umane sono accidentali: la sposa è un meccanismo e la sua umanità non risiede nelle sue forme, né nella sua fisiologia. La sua umanità è simbolica: la sposa è una realtà ideale un simbolo che si manifesta in forme meccaniche e che produce a sua volta simboli. È una macchina di simboli. Ma quei simboli sono allungati e deformati dall’ironia; sono simboli che distillano la sua negazione. Il funzionamento della Sposa è nello stesso tempo fisiologico e meccanico, ironico, simbolico e immaginario: (…) le sue estasi sono elettriche e la forza fisica che muove i suoi ingranaggi è il desiderio".
Octavio Paz su Marcel Duchamp da "L'apparenza nuda"

venerdì 13 novembre 2009

luna


















Non hai pensato che una notte di nascosto
Sulla punta dei piedi
Ho preso tutte le nostre ossa
E le ho immerse – che non si sappia ti prego
Nella luna
Adesso cantiamo la luna
Nessuno ci dirà che la racchiudiamo come un embrione
La vecchia storia degli embrioni che crescono
E alla fin si staccano dalle madri
Si ripeterà anche qui
E allora sorpresi i parenti gli amici e perfino noi stessi
Porteremo la luna a passeggiare
La canteremo e lei ci canterà
L’avremo nelle mani
Nella mente nell’abitudine di svegliarci presto
Non si discute il pensiero
Quello è luna da sempre

E un'altra cosa
Se ti chiedono di svelare il segreto
Dì loro una bugia:
C’è un’unica luna
Quella che è in cielo

Dimitris Papaditsas

mercoledì 11 novembre 2009

chi fosse euridice

da Nascita della madre
1.
Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei
né alla vita che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come di oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile. R.M.Rilke



Euridice è l’apertura del quotidiano sulla marginalità del caos. È la porta sull’al di là che Orfeo sta cercando dal principio per darsi ragione dell’immortalità della sua anima. È la donna senza paura che incarna la sublimazione del femminile nel proprio ruolo. Euridice è “la donna angelicata dei poeti, strumento di comunicazione col mondo ultraterreno, guida dell’uomo verso l’al di là che il maschio non conosce e che teme”(1). Euridice muore perché non può far altro. Come donna idealizzata non trova spazio nella realtà e non può che morire. La morte di Euridice è l’ultima indicazione che Dioniso ancora deve ad Orfeo. Questo è l’ultimo atto di onerosa fede richiesto da Dioniso ad Orfeo, sacerdote dionisiaco: non accettare risposta da nulla quando la morte non è più teorica, quando la morte diventa quotidiana assenza dell’unico essere umano che conti, non formulare domanda, domanda che inevitabilmente senza risposta, riduca la fede allo stesso silenzio; domanda che il tempo condanni per sempre a un muto non senso, quale soltanto sembra, nel lutto, il suo scorre. E questo era l’unico atto di fede che Orfeo, il poeta, davvero non poteva accordare al suo dio.
Fu con la dipartita di Euridice che la morte irruppe nel suo significato materiale nella vita di Orfeo. Non gli apparve in quel giorno terribile la poesia dell’accaduto. Quel giorno che qualcuno lo cercò, carico della frenesia del messaggero di orribile nuova, la morte, gli apparve solo come un conato che gli scosse il corpo convulsamente, qualcosa che il corpo rigetta senza possibilità di espulsione. Non è vero che Orfeo cercò Euridice da per tutto. Sapeva bene, nel quotidiano, il confine tra la vita e la morte, invalicabile, per chi non fosse un dio. Rilke (2) ritenne che Orfeo si avvalse di Ermes, tanto era inaccettabile la perdita di Euridice, tanto non attese tempo che gli intessesse un significato plausibile, tanto la domanda senza riposta che la sua umanità non accettava di tacere, infine gli conclamò definitiva, insanabile, disperazione. Ermes il negromante, l’alchimista, il sagace. Ricorse ad Ermes perché “Quando Ermes cantava sulla cetra, suscitava nel suo pubblico una suggestione senza fine: la seduzione della magia, il desiderio erotico, il potere di curare e di mitigare gli animi e i corpi, la forza di dimenticare, la calma, la quiete, il piacere insinuante dei suoni melodiosi, il profondissimo sortilegio del sonno”(3). Forse avvicinò la farmacia di Ermes, per lenire l’impossibilità di canto, di sacerdozio, di vita. Forse Ermes gli donò soltanto in sogno la possibilità di recuperare Euridice, di rinnovare attraverso la cura del sogno, le sue prerogative che troppo dolorosamente tacevano, annullandogli ogni possibilità di vivere. In sogno forse, gli si presentò il panorama spettrale che doveva contenere tutto ciò che tace: morti e quello che tace come morto, ma che può riaversi. Infatti fu qui che la voce di Orfeo si riebbe, muovendo finalmente in canto al dio dei morti, la domanda che Dioniso pretendeva non fosse posta ad altri che al tempo. “Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono di lacrime le guance delle Furie, commosse dal canto. E né la consorte del re, né il re stesso degli abissi, ebbero cuore di opporre un rifiuto a quella preghiera” (4). Gliel’avrebbero ridata, se, come si sa, lui avesse trovato la forza sovrumana di non voltarsi, per accertarsi di essere seguito da lei. Come si sa quella forza gli mancò, come a volte manca la fede. Perché Euridice accompagnata da Ermes lo stava davvero seguendo, ancora avvolta dalle bende funebri e claudicante per il morso della morte. Lo seguiva non viva ma “chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei, né alla via che alla vita risaliva” (5). Orfeo si risvegliò dal quel sonno alchemico, che l’aveva persa per la seconda volta, che aveva perso per sempre il sacerdozio a cui Dioniso l’aveva consacrato ma aveva trovato il suo canto; “Quel canto che rese la morte, che mai è stata un’estranea, nuovamente conoscibile e tangibile nella sua qualità di tacita complice di ogni cosa viva”(6).

2. donna del tutto


E quando poi dal mio aderire stesso,
la forma scivolò in un altro tempo
di più rare e più estranee conclusioni,
quando nel mio sentirmi voluttuoso
rimase un’aderenza di dolore,
allora, allora preferii la morte
che ribadissi in me questo possesso.
Alda Merini, Presenza di Orfeo

L’uomo libero è un cane. Un randagio. Un latitante. Ma una donna libera? Immediatamente si apre il paradigma della sessualità. Immediatamente è sormontato da quello della sensualità. E la cosa finisce in un sogno erotico più o meno articolato. Ma nell’esperienza femminile, nello spettro delle età di ogni donna, la libertà, per quelle donne portate in tal senso, è segnata da un punto di non ritorno, da una morte. L’infanzia, l’adolescenza, la prima parte della maturità, nel caso fortuito in cui la donna non fosse colpita da diretta o trasversale morte, le sue prime età insomma, sono battute da tutti i venti per la prima volta e nulla è sopito. Ma ad un certo punto, senza che decida, perché come la morte non si decide, accade. Accade e basta. Come un affogamento. Troppo è fatale. Troppo ingenuità, sesso, cibo, digiuni, favole, figli, merce, rumore, noia, parole, silenzi, libri, occasioni, vuoti, a volte, troppo dolore. Ecco che muori. Dopo un po’ tutto riprende. Non è morto il corpo è morto qualcos’altro che pure reagendo non sbalza. E per un po’ non sei efficace, come fossi un fantasma che allunga una mano che non si posa ma passa attraverso. Può essere che accada in seguito a un episodio, come nel caso di Fatima, la figlia del profeta Maometto. Mentre preparava la cena: un agguato che infrange la normalità, niente di cruento, se non il ritorno del marito con una concubina. L’agguato non è il fatto in sé, ma l’evidenza di una ferocia mascherata da indifferenza, che porta Fatima non a frugare la sua ferocia ma a mettere per errore la propria mano nell’acqua bollente, senza tuttavia avvertire dolore. La mano che ardendo non prova dolore è morta. La negazione della libertà di dolere è la politica attuata da sempre per mettere a morte le donne; la politica che anche molte donne attuano volentieri nel tentativo di abbattersi lentamente ma definitivamente da sole. La mano dissociata, un cortocircuito che distanzia i sensi dall’audizione del corpo. L’ultimo singulto dell’impiccato e una pausa. Morte. C’è un pausa, nell’attesa che si concretizzi di nuovo tutto. Un buco nero. La più serena delle disperazioni. Un cadavere è ciò che vedi nel fare la tua conoscenza al centro della morte che c’è tra due epoche. E tu in quel punto, a trovarci lei, l’altra te, in un faccia a faccia spaventoso. Questa morte è un ovocita che ospita due gemelle non precisamente identiche ma somiglianti, una sei tu, l’altra è lei. Tutte due ancora da nascere. Una è viva, l’altra è morta. Può accadere anche prima di una certa età, quando, come detto, una morte vera ti imprime come un suggello l’altra, sulla pelle, sul corpo, ti tatua una forma spezzata di femmina. Spezzata come il legame che Lilith infranse con quella normalità che non s’accorge e che per accorgersi deve ammalarsi brutalmente della propria bestialità oppure dilagare senza scampo nell'indifferenza. In ogni caso quella morte è azzeramento, simbolo di frattura irreversibile, quella che ti fa cadere nel freddo della notte desertica in cui Lilith sa che prima o poi le sarai gemella. Tu a morire e lei a nascere.
Il “tutto”, fin da piccola, ti insegnano a crederlo “una parola sfrontata e gonfia di boria" una parola che "andrebbe scritta tra virgolette, finge di non tralasciare nulla di concentrare, includere, contenere avere” è “invece soltanto un brandello di bufera”(7). Bufera è ciò che vuole Lilith: prenderti nella modesta idea del tutto che ti insegnano: quella che redime in una virtù plastificata o deborda in una fame smodata. Lilith vuole tutto a partire dalla tua morte che con un atto puramente conclusivo ti sancisca la libertà del tutto, attraverso la bufera che fa cozzare entrambe, fino alla distruzione o alla rinascita. In questa desolazione prenatale di feto adulto (8) un vento elettrico carico di polveri, ti riempie bocca occhi e diventi un residuo che non guarda agli elementi ma è elemento, cosa satura di cose, una conchiglia ricolma di cui si avverte la punta spezzata sotto il piede. E forse rinasci o forse no, rimani mezza sepolta per ancora un decennio, finché un’inavvertita biologia sposta di poco un granello. E accade, può accade davvero che si dorma di tutta l’estatica bellezza di una maschera funeraria o si nasca al proprio speciale odore. La spiritualità per antica tradizione si incarna in un profumo, un avvertimento olfattivo di prossimità invisibili. Così vedo la spiritualità femminile e laica. In una delle sue pagine più belle Fernando Pessoa invece disegna così una spiritualità laica e virile “ogni uomo che debba aprirsi una via verso l’Alto, incontrerà di continuo ostacoli incomprensibili. Se fosse solamente per gli ostacoli che si frappongono al cammino e che spronano per il pericolo o per la resistenza immediata, andrebbe tutto bene e gli ostacoli stessi sarebbero uno stimolo a procedere. Ma egli ne troverà altri: gli ostacoli subdoli, che fanno male e piegano; gli ostacoli suadenti, che stordiscono e ammalino; gli ostacoli affettivi, che come accadde a Orfeo, lo indurranno a voltarsi verso l’Averno proibito. Lo attornieranno non solo impedimenti duri, come quelli eretti a ostacolo dalle rocce ma anche impedimenti morbidi, come il ricordo delle valli e della case ai piedi dei monti” (9). Un uomo che ambisca alla propria consona altezza, ascende. Un cane che alza il muso e ulula l’istinto che lo lega alla luna è un soldato che affronta, non importa se la sua follia o il mondo. Ma se l’uomo svetta, la donna incarna un suo afrore che la lega indissolubilmente alla terra. Entrambi soggiacendo a un imperativo assoluto. L’ostacolo mondano, affettivo, subdolo, morbido spinge l’uomo a una corsa canina che passando attraverso le cose le trascenda, come ostacoli, allo scopo di compiere istintivamente il suo carisma qualsiasi esso sia. Lo spirito femmineo si compie avvinto ad altro moto. Euridice è morte, cioè è libera anche dalla volontà di Orfeo che la vuole viva, Ermes la libera definitivamente dalle bende, per non più seguire Orfeo sulla vetta ma per perdersi nella pianura conchiusa dell’impedimento, né inferno né paradiso, limbo sotto il suo piede nudo. Euridice volta non alla vetta e non attratta dai bagliori infernali, come una falena suicida, ma avvinta all’orizzonte, incarnata nella terra che mangia e evacua per battezzarsi gli intestini con l’unico moto che l'infinità del tempo le abbia concesso.

(1) Magli I., Il mulino di Ofelia, Bur 2007, p.52
(2) Rilke R. M., Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p. 109
(3) Citati P., La luce della notte, ed. CDE 1996, p. 36
(4) Ovidio, Metamorfosi, Einaudi 1994, p.389
(5) Rilke R. M., Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p. 113
(6) Rilke R. M., Lettera a Caroline Schenk von Stauffenberg cit. Commento, I Sonetti di Orfeo, Poesie 1907-1926, Einaudi 2000 p.685
(7) Wisława Szymborska da web
(8) Pier Paolo Pasolini, una disperata vitalità da web
(9) Fernando Pessoa, Pagine esoteriche, Adelphi 1997, p.117




domenica 8 novembre 2009

Tempo di viscere

nel non-senso del tutto di gesso
e di concime che ci avvolge
nello smembrato sconforto
che circonda e tende agguati
nell’assenza di senso
e di vera possibile rincorsa



Tempo di viscere e di sangue che sgorga. Anche di pioggia, certo. A volte provo sconcerto di fronte alla massa - decisamente morta o morente o anemica- delle mie parole. Le scelgo, le limo, le analizzo, le ripulisco di polvere e patina, le scarto o magari le recupero (raccolta differenziata di lemmi rifiutati, naturalmente, riciclabili ed ecologici). Le voglio carnali, sì.

...

Parole carnali. Parti cesarei fatti con le mie stesse mani

..

Lo sconcerto resta. Quello che è vivo è disorganizzato, per sua natura caotico.

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E' fatto di strati che noi reifichiamo per rassicurarci sulla nostra esistenza. E' un flusso, una scansione di immagini, sbagliate, sovraesposte, inquadrate male, imperfette o superlative, ma scorrono e scorrono e scorrono e scorrono veloci queste immagini come le parole degli altri e le nostre e la nostra musica che si ripete in un continuo PLAY e REW nel nostro cervello, tutto diventa un impasto.

...

Siamo questo. A volte si scalda, a volte no, resta freddo, isolato. Mi sconcerta questa morte lenta, questa impotenza che non conosce pillole risolutive (se non il diazepam per sedare chimicamente l'ansia del niente e del bianco vuoto, della privazione, della mutilazione amorosa e sottesa a ogni atto, a ogni fatto). Mi sconcerta la difficoltà enorme a costruire una storia che si tenga in piedi e che possa sopravvivere in questo contemporaneo della scheggia rapida, del frammento quasi mistico, perché così simile a un'apparizione a una processione.

...

Continuo, incessante, martella, propone reputazioni rovinate, notizie false, omesse, inventate, dismesse, arte arrangiata e arte povera e carica d'incanto, pianto e rigurgito di ambizioni, scrittori poveracci, giornalisti cialtroni, scrivani del potere, finzioni e cordate, scrittrici inventate dalla sera alla mattina, altre che fra detriti di parole e cose trovano viottoli e li rendono una strada che vale la pena di.

...

Questo contemporaneo mistico della violazione di privacy che si rimangia, di dignità che non si rigenera, di video, storie, post, microblogging, grida d'aiuto, d'assalto, d'assedio, erotiche o fredde, operazioni a cuore aperto, chemioterapie palliative per ogni tipo di situazione non-rimediabile che non vuol dire perduta.

...

Questo contemporaneo carnale che si ritrova di pixel, asettico come una sala operatoria, disinfettato- batteri via, virus, si fa quel che si può, umori, fluidi corporei? Qui, sospensione.

...

A volte tutto questo mi sconcerta, a volte rimpiango di aver sbagliato anno di nascita, di aver perso quel novecento che ancora mi manca, a volte semplicemente so di essere stanca ma non voglio mollare, e nemmeno morire.

sabato 7 novembre 2009

nullo e fittizio

“Sono come un viaggiatore che all’improvviso si trova in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza) e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale”
Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa

giovedì 5 novembre 2009

veglia di compleanno



video


Veglia di compleanno

le gambe allungate hanno sterrato
la strada che culmina il sogno in un nome
cinque anni e l’aurora tace ancora
in una notte infinita il responso
l’urto che confonde la distesa stellata
nella veglia più lunga

sei figlia di questa mia morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
mio coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio del seme che io sono

reInventario

la lingua, una preghiera
messa a macerare nella saliva
e i capelli, la doma
le spalle, due colline serali
i seni, l’estuario che punta il mare
le dita, la mia statura spezzata
il mio ventre graffiato
i fianchi, la discesa al picco
le gambe, lo zodiaco
della mia intemperanza
e una piccola Circe nel cuore
che mangia il suo crogiuolo
e cresce l'insaputa
perché neanche Ermes
sa tutte le erbe

Pelle

la pelle non custodia ma destino
altra qualità disaffine, soppiatta
interferenza di casi, concisa
in un nonnulla di quella grana
che può non parlare sfibrata
coprirsi e ricoprirsi di un migliaio
di storie feticcio

lunedì 2 novembre 2009

l'equinozio delle rondini





Ho una piantagione di cotone tra l’aorta e la voce

Ho una piantagione di cotone
costipata fra l’aorta e la voce
desolazione di mezzosole assopito
punta di matita spezzata

Tracimavo
compassi rotti di nuvole bianche
e venne il mattino dei girasoli
alzati
fabbricano A2 ruvidiruvidi

proprio dove una casetta bianca
adombrava la bimba
scamiciato rosso
e un sogno di lucciole
negli occhi scuriscuri

e poco dietro
montagne appuntite estranee
come le dita sempre di troppo
o sempre troppo poche
per contare i mille anni nudi
di corteccia
dentro l’anima di quercia


Che poi arriva l’equinozio delle rondini

Ché poi è un mistero, lo stupore
di come non si smette mai di nascere
eppure grembi di madri si fanno
gomiti di spazio
nel ventre dell’aria e pochi altri
spiccioli

Fame d’ossa per esempio
quella che langue deserta,
tra un’unghia e la sua spina dorsale

come se l’avorio
o due particelle
miserrime di idrogeno
potessero fare la differenza!

Ora, si pensi all’equinozio delle
rondini
che anche se s’attardano talvolta,
è vero che poi arrivano
e lo fanno sempre
anche se hai i capelli corti
e corri dietro ai fazzoletti bianchi.

Anche se hai le dita contate
per mangiucchiare la fame d’amore
loro arrivano
e quasi ridono sotto l’ala.

Ché poi ti prende un sonno
che non sai più che pesci pigliare
e nuoti l’aria in mare aperto
senza la maschera
con il cloro negli occhi
che ti cieca

Ché poi muori
povero sostantivo solo
senza ossigeno

questi testi di
Francesca Pellegrino sono tratti dal libro Niente di personale

giovedì 29 ottobre 2009

l'opera parlata

“Personalmente ritengo fondamentale che l'opera sia anche "parlata", come ritengo fondamentale la sua traslazione (se così si potesse dire) perché solo così: "parlata" di bocca in bocca, di pancia in pancia, di pelle in pelle, essa ha il potere d'essere fruita davvero. Io credo che la Promessa, come del resto tutto il dìri dìri dànna da cui è tratta, abbia una storia da raccontare e che dunque possa avere diversi punti di contatto con il lettore. I temi sono quelli dell'infanzia, sono gli Ucci Ucci da esorcizzare, sono le piccole ferite di cui, anche l'essere umano più sano, è costituito. Credo che quando questo testo riesce ad arrivare, fosse anche in minima parte, fosse anche con un solo piccolo brivido, è grazie a questa memoria che in quanto ex-infanti, custodiamo tutti. Che poi non sia raccontata con una lingua immediata, credo sia legato al fatto che è qualcosa che ho VOLUTO raccontare non che ho DOVUTO trasmettere”

Rita Bonomo alla città siamese sull’opera La promessa tratta dal testo "dìri dìri dànna"





Elegia del gene tratto da "dìri dìri dànna"- Liberodiscrivere edizioni, 2006

Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta -questa genia-
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida
e nuda
germoglio figliato in tua ombrellifera fronda
Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto
Una palude in cui -tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto ma piccante-
e nudi
a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d’abbracci
Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile
e Santa