
opzione di ritardo: ovvero l’analisi del movimento
nei suoi cambiamenti il nostro tempo si afferma solo per negarsi e si nega solo per
inventarsi e oltrepassare se stesso
Octavio Paz
In un’ipotetica scrittura della Sposa, le parole nudità e apparenza sembrano contrapporsi. Apparenza, è un aspetto di superficie, se ci penso di primo acchito e non la colloco come l’istinto che coglie un istante prime di “pensare” la fisionomia di una persona. La nudità è per me qualcosa di affiorante e fondo, un’espressione di verità che viene da un meandro forse non del tutto casuale e diventa etica. In certi casi bellezza. La sposa quindi incarna un’apparenza di superficie e insieme profonda nudità. La Sposa di Duchamp non ha un corpo ma è un motore, un generatore di energie fantastiche sulla base di una simbologia che si lega alla nudità di funzione fisiologica, sposa, in quanto entità a non altro preposta. Lo stesso Duchamp parla di fisica e metafisica amorosa dell’essere sposa riversa nell’apparenza umbratile di uno o più simboli femminili. Ed è come se attraverso questa immagine Duchamp dettasse la voce surreale della cattura, una sorta di raziocinio sciolto un “automatismo psichico puro (…) in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni precauzione estetica e morale”(A. Breton). Una cattura ripetuta di simboli sottesi all’idea, alla funzione della sposa che la scaldino di un sentimento alto della sensualità, che però in quanto propria della sposa e non della vergine, la sensualità, non trascenda ma espliciti.
Questo canto surreale potrà restituire tutte le vicinanze perse alla lingua incostruita? In ciò intravedo una lingua così popolata da non potersi e non doversi raccogliere in una dizione che sia univoca. Perché nasce dal refuso di una musica pregressa, dall’impurità inesausta tesa a un immaginarsi che non lessica. Dalla voce, prima che dalla parola.
Sposa a se stante, meccanismo simbolico estremo nel suo connettersi all’immaginario dell’altro, come è estrema ricerca di contatto, la condizione in cui versano madre e figlio nel nascere l’una all’altro e comunione assoluta nel “ritrovamento” (Rita Bonomo) immediatamente successivo. Il corpo è la premessa di un linguaggio comune, un patto tra madre e figlio, tra la sposa e l’altro che popola un mondo simbolico di restituzioni su restituzioni, che quasi non s’afferrano per quanto dolorose e intatte nel dirsi come musica richiede. E se una tale lingua ancora non esiste, esiste in quanto promessa del corpo, fatta dalla madre al figlio, dal moto elettrico della sposa, dal poeta alla poesia. Promessa della voce che darà corpo, prima che senso. L’ostacolo che si frappone tra l’immagine fonda, goduta per sé e una lingua che a posteriori dica la cosa è sempre un salto che chi scrive rischia sulla sua pelle, un rischio radicale perché riguarda la sua radice ultima ritracciabile e che non può partire dall’operato razionante che la misura del verso impone ma dalla parola sconsacrata dal primo squarcio di senso che vi compare alla pronuncia e solo in quel dato momento. Un salto per inabissarsi nella gestazione del senso, nella sensualità grave che non è ancora parola, un salto dicente l’esserne incinta e parto, prima di vederla in volto, questa parola, e battezzarla in quanto oramai nata. In questo modo è una certezza che il risultato sia imprevedibile, esattamente come quello della nascita di un figlio in carne ed ossa; ed è pure una certezza che venga detto molto altro rispetto a quanto sembri, in quanto la parola è prima di tutto e effettivamente sovrapponibile al desiderio e come il desiderio è generata da analogia, da ciò che partecipa da poco o da sempre pur essendo non ancora o non del tutto conosciuto.
Mi chiedo da sempre il perché di quest’affiorare continuo di lingue diametrali e opposte che frantumano la mia dizione. Ma alla fine è sempre l’imprevedibilità che mi vince; l’imprevisto non solo riguardo l’idea della poesia ma anche rispetto al sogno diurno che macera la realtà della cosa in una lingua mai uguale a se stessa perché seconda un percorso dato dal desiderio. Il desiderio accecante non è il cieco desiderare del primo impulso ma qualcosa che si lega a una provenienza fatale che precede, un codice smarrito ma immutabile che cerca di continuo simboli per dirsi. È a questo desiderio inapparente se non attraverso la crescita continua di simboli, come nella Sposa di Duchamp, che la madre si sposa, paradossalmente e dopo. È in questo luogo antico come un panorama dalle forme preantropiche dipinto da Tanguy, che la lingua della madre dice il sesso alle cose, sancisce il maschile e il femminile di ogni istinto, la spartizione naturale dell’istintività in segni opposti che gli anni soffocano in una determinazione univoca e forzosa, in un ruolo non solo di genere ma di qualsiasi altra funzione relazionale che stia di comodo. Narrasi questa storia significa scoprire l’autentica che nasce al senso ma che lo abbandona immediatamente per una ricerca ulteriore, voce di continuo mossa a luogo dall’essere e dal rifarsi. Reintrodurre l’era persa dell’attenzione al gesto che governa inconsapevolmente una miriade di reazioni ossimoriche che salgono alla coscienza per sbugiardarlo, significa essere l’autentica di quello speciale ossimoro proprio della poesia; generosità che punta l’esito di affermarsi per trascendersi, restituirsi per essere semplicemente e bellamente se stessa e disdirsi nel momento in cui il corpo compie una variazione impercettibile o nell’attesa che il corpo segni la differenze con un tremore inconsulto dove la mano è dato che sia chirurgica. È così che si crea quel sistema binario corpo/universo che dice l’altro sesso della poesia, dice l’altro nome senza saperlo. Questa autentica ancora vive di un contatto labile ma cocente nella primissima infanzia, in cui le parole sanno i sapori le immagini che ancora non si conosco e prima di significarle sono una premonizione dei sensi che prepara al loro possesso. Un possesso che forse può anche dopo l’infanzia non essere la doglia che rende il nome un dolore senza volto e mai partorito, non più parto ma manifestazione, catarsi per acclamazione naturale del corpo nel candore di un vagito, di un gesto, di una poesia.
della tenera sponte il decalogo vivente
il primo gesto, come ci principiassimo contro
una premura, un’affinità assodata
all’orizzonte delle tempie, una landa
in cui vivere non più in esilio ma
estremamente accorti nell’inquietudine di esistere






